La ribellione dei sepoy del 1857

Sepoy Mangal Pandey (1827-1857)

Il colonialismo britannico in India può essere fondamentalmente diviso in due fasi: nella prima fase, vi è il dominio della Compagnia delle Indie Orientali, nata innanzitutto come una corporazione privata. In una seconda fase, invece, dopo un sempre crescente controllo statale e parlamentare da parte di questa compagnia, il controllo dell’India passa direttamente alla corona britannica.

Il 2 agosto 1858, il parlamento britannico vota il “Government of India Act”, trasferendo tutta l’autorità della Compagnia alla corona.

Dal punto di vista medico, una crisi indica il momento chiave in cui la malattia del paziente migliora o peggiora. La crisi di cui parleremo in quest’articolo è quella che portò alla dominzione dell’India da parte della corona britannica, in seguito alla rivolta del 1857, di cui celebriamo questo mese l’anniversario.

Analizzeremo qui le cause e conseguenze di tali eventi dal punto di vista statale e militare.

La rivolte militari del 1806, a Madras, e del 1824, a Barrackpur, furono sedate con relativa facilità dai britannici. Ciò lasciò ai colonizzatori un falso sentimento di sicurezza, che li portò ad ignorare i prodromi della ribellione dei sepoy del 1857, e quando il 10 maggio dello stesso anno i sepoy postati a Meerut si ribellarono massacrando gli abitanti inglesi, non seppero subito realizzare la vastità del disagio sociale che portò all’insurrezione.

La causa immediata di questo sollevamento si trova nel nuovo modello di fucile Lee Enfield, la cui pallottola doveva essere morsa prima di essere caricata nell’arma. Rapidamente si diffusero delle voci che affermavano che la pallottola era ricoperta di grasso animale, maiale o mucca, in ogni caso in contrasto con le credenze e le pratiche sia hindu che musulmane. Anche se pare le voci fossero infondate, di fatto si verificarono numerosi incidenti dove soldati indiani si rifiutarono di caricare i fucili. La classica punizione britannica per l’insubordinazione prevedeva l’umiliazione e il castigo pubblico. Dopo avere assistito a più di settanta umiliazioni di questo genere, i sepoy di Meerut presero le armi e la rivolta dilagò nella maggiore parte del Nord dell’India. Portata avanti da capi maratha, occupò anche il centro del territorio, finchè quest’ultimi non furono sconfitti nel giugno del 1858.

Nell’analizzare, un anno dopo, le cause profonde di questa ribellione, l’ufficiale statale Sayyid Ahmad Khan (1817-1898), peraltro rimasto leale durante gli eventi, sottolineò le politiche culturali britanniche, il degrado imposto alle aristocrazie locali, notevolmente quelle di Oudh (1856), e in generale la marcata insolenza e il disprezzo dei britannici dimostrato nei confronti degli indiani. Sayyid Ahmad Khan difendeva infatti una politica più inclusiva.

La violenza di ambe le parti, segnò sia i britannici che gli indiani. La vittoria finale fu però britannica: oltre alla mera supremazia militare, la ribellione del 1857 costituì l’occasione ideale per gli inglesi per organizzare un vero e proprio stato coloniale. Dopo il voto in agosto, la regina Vittoria si pronunciò nel novembre del 1858, conferendo alla posizione di Viceroy (nella persona di Lord Canning) il completo potere sul governo del territorio indiano. Lord Canning organizzò una serie di tour dell’India, ispirati ai durbar dei moghul per consolidare il potere della corona, incontrando le élite aristocratiche. Esse si trovarono essenzialmente soddisfatte delle nuove misure che proteggevano il potere locale e i titoli (per opposizione alle misure prese da Dalhousie).

Un altro mutamento sostanziale fu quello del sistema militare indiano. La diffusione della teoria delle “razze marziali” diede sempre più importanza a determinate etnie, specialmente nel Punjab (rimasto leale agli inglesi durante la ribellione). La proporzione di britannici nell’esercito crebbe in maniera esponenziale, e i reggimenti furono sottoposti ad un miscuglio etnico per evitare collusione.

Il divario razziale e razzista si cristallizzò negli anni successivi alla rivolta, con un’enfasi sempre maggiore tra la distinzione fra hindu e musulmani, questi ultimi spesso favoreggiati dal potere. In generale, il razzismo verso gli indiani si radicalizzò, dando luogo a scene di violenze a Delhi ed a punizioni brutali, come il lancio di sepoy dai cannoni. Oltre a rafforzare il potere britannico sul territorio, la ribellione e le violenze di Nana Sahib a Kanpur confermarono nell’animo britannico il sentimento di eroismo e giustizia.

Curiosità: Se siamo stufi dei vecchi tomi sulla storia dell’India e anche della pagina wikipedia, il lavoro di Giuseppe De Nardo e Bruno Brindisi, La rivolta dei Sepoy (2012), permette di approcciarsi alla storia in un modo semplice e leggero. La rivolta dei Sepoy è il terzo numero della serie Le Storie, distribuito da Sergio Bonelli editore.

Io sono stato interessato all’India da quando sono piccolo, e se prima guardavo più al cibo che alla filosofia, con il crescere e il maturare mi sono avvicinato allo studio delle lingue e delle culture dell’India. Dopo una formazione generale in Francia, mi sono formato in parte nello studio delle lingue indo-europee, del persiano e dell’ebraico all’INALCO e all’EPHE di Parigi, due istituti universitari francesi. Ora sono studente all’Orientale di Napoli, dove studio il sanscrito. In parallelo, porto avanti una ricerca sulla formazione dello induismo moderno a Parigi.