I 16 Mahājanapada: il regno di Matsya tra storia e leggenda

Il regno di Matsya era uno dei sedici Mahājanapada (grandi regni) del periodo post-vedico in India.  I Mahājanapada sorgono intorno al V secolo a.C, tra i più importanti ricordiamo il mahājanapada di Vatsa, con capitale Kauśambī, e il mahājanapada di Magadha, con capitale Pāṭaliputra, che vide il sorgere del primo grande impero sovraregionale dell’India antica, l’impero Maurya (325- 184 a.C).

I mahājanapada sono stati studiati sotto vari punti di vista, ma oltre a quello urbanistico e archeologico, e qui pensiamo agli studi stratigrafici di George Erdosy che portarono lo studioso a elaborare una vera e propria cronologia dell’urbanizzazione post-vedica, vi è anche un aspetto leggendario e fantastico da considerare.

Cartina dei regni di mahājanapada
Fonte: selfstudyhistory

Prendendo in analisi il mahājanapada di Matsya, letteralmente “pesce” in sanscrito, possiamo identificarlo come uno dei regni menzionati all’interno dell’epopea del Mahābhārata. Nel poema epico questo territorio era regnato dal re Virāṭa, padre di Uttar e Uttarā, e il racconto su quest’ultimo si trova all’interno del quarto dei diciotto libri da cui è composta l’epopea, ed è chiamato “Virāṭa Parva”.

I Pāṇḍava, figli di Pāndu, trascorsero il loro tredicesimo anno di esilio presso la corte di Virāṭa assumendo identità fittizie per non essere riconosciuti. Oltre a Yudhiṣṭira, Bhīma, Arjuna, Nakula e Sahadeva, era con loro anche la loro moglie, Draupadī.  Presso la corte di Virāṭa Yudhiṣṭira assunse l’identità di un giullare e si fece chiamare Kaṇka, Bhīma divenne un cuoco e si fece chiamare Ballabha, Arjuna, travestitosi da eunuco, prese a insegnare l’arte della danza col nome di Bṛhannalā. Nakula e Sahadeva, rispettivamente riconosciuti come Graṇthika e Tantipāla, si misero ad allevare cavalli e mucche. Infine Draupadī, col nome di Sairaṇdhrī, divenne l’ancella della regina Sudeshnā, moglie di Virāṭa.

Le identità fittizie dei Pāṇḍava presso la corte di Virāṭa
Fonte: Archive.org

Quasi al termine del tredicesimo anno di esilio, i Pāṇḍava trascorsero un periodo relativamente sereno presso la corte di Virāṭa, ma la minaccia dei loro cugini e nemici Kaurava era ancora incombente. Karna, figlio di Kuntī (regina dei Pāṇḍava) e del dio Surya, che lavorava per il re Kaurava Dhṛtarāṣṭra, propose di intensificare la ricerca dei Pāṇḍava latitanti cercandoli nei luoghi frequentati dai santi e dagli asceti. Droṇa, insegnante e precettore reale dei Kaurava e dei Pāṇḍava, suggerì invece che il luogo in cui i fratelli erano nascosti era più verosimilmente un posto mondano, dove regnavano pace e agio, ricchezze e prosperità. Duryodhana diede ragione a Droṇa e ipotizzò che i Pāṇḍava erano nascosti a Matsya.

Così, dopo poco tempo, i Kaurava attaccarono Virāṭa fingendo di farlo per privare il regno di Matsya delle proprie ricchezze, ma in realtà desiderosi di scovare i Pāṇḍava. Uttar, figlio di Virāṭa, decide di affrontare le forze nemiche e, sotto consiglio di  Sairaṇdhrī (e cioè Draupadī), acconsentì a farsi accompagnare da Bṛhannalā (e cioè Arjuna) come suo auriga. Uttar, alla vista dell’esercito dei Kaurava, divenne ansioso e pensò di fuggire. Fu a quel punto che Arjuna gli rivelò la sua identità e quella dei suoi fratelli.

Cominciò così una battaglia nel bel regno di Matsya, in cui Arjuna riuscì a sconfiggere tutti i nemici che tentavano di attaccarlo. La battaglia fu tutta nelle mani vincenti di Arjuna, che tuttavia non scelse di uccidere i suoi nemici. Al contrario, Arjuna con un incantesimo li fece addormentare tutti. La battaglia fu vinta, e così Virāṭa concesse la mano di sua figlia, la principessa Uttarā, al figlio di Arjuna, Abhimanyu.

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Mi chiamo Davide Cava laureato alla magistrale in lingua e letteratura hindī presso l’Università “L’Orientale” di Napoli. Appassionato di poesia, musica e meditazione, suono l’harmonium e mi diletto nel canto. Nella mia tesi magistrale tratto della standardizzazione della hindī e della sua penetrazione nella sfera pubblica e politica dell'India.