Gandhi e il Non-Cooperation Movement

Il movimento di non-cooperazione, iniziato il 4 settembre 1920, fu una fase importante del movimento per l’indipendenza indiana dal dominio britannico. Fu la prima agitazione indiana «di massa» contro il regime coloniale britannico, lanciata dal Mahatma Gandhi in risposta alla sospensione delle libertà civili prevista dalle leggi Rowlatt e al massacro di Amritsar (conosciuto anche come il massacro di Jallianwala Bagh).

La rabbia per questo episodio si trasformò in indignazione quando il governo si rifiutò di prendere misure adeguate contro i responsabili del massacro, primo fra tutti il generale Reginald Edward Harry Dyer.

Gandhi e la folla indiana durante una manifestazione non-violenta
Fonte: bestfunquiz

Gandhi, grande sostenitore della non-violenza, ne rimase scioccato e perse la fiducia riposta nel governo britannico. Dichiarò infatti che sarebbe stato un “peccato” collaborare con il governo “satanico” e decise di combatterlo usando la formula della non-violenza. Per acquisire consensi supportò (sempre in termini non-violenti) gli indiani musulmani e il loro movimento Khilafat, finalizzato a influenzare il governo britannico e proteggere l’Impero ottomano in seguito agli sconvolgimenti geopolitici in atto durante e dopo la prima guerra mondiale.

L’obiettivo del movimento, approvato dall’Indian National Congress nel dicembre 1920 era di combattere il dominio britannico in India attraverso mezzi non violenti: i manifestanti avrebbero rifiutato di acquistare merci inglesi e favorito l’artigianato locale. Il programma prevedeva inoltre la restituzione dei titoli onorifici, il boicottaggio delle merci estere (in particolare delle stoffe, che vennero bruciate in pubblico), la diffusione del khadi (cotone filato e tessuto a mano), l’abbandono delle scuole statali, l’astensione dai tribunali, e, in un secondo momento, la sospensione del versamento delle imposte. 

Gandhi e la folla indiana durante una manifestazione non-violenta
Fonte: India Today

L’impatto della rivolta fu enorme e si tradusse in uno shock per le autorità britanniche. L’unità nazionale si rafforzò e vennero fondate numerose scuole e istituti di alta formazione indiani.  

Rambriksh Benipuri, illustre autore, poeta, drammaturgo e giornalista indiano, che venne imprigionato per più di otto anni per la lotta per l’indipendenza indiana, scrisse:

“Quando penso al periodo della non-cooperazione, ho in mente l’immagine di una tempesta. Dal momento in cui ho iniziato ad informarmi, sono stato testimone di molti movimenti, tuttavia posso asserire che nessun altro movimento è riuscito a scuotere le fondamenta della società indiana così come ha fatto il movimento di non-cooperazione. Dalle più piccole capanne ai quartieri alti, dai villaggi alle città, dappertutto vi era un fermento, un eco forte e potente.”

Deluso dalla scia violenta che stava prendendo, fu Gandhi stesso a sospendere la campagna nel febbraio 1922 in seguito all’incidente a Chauri Chaura (ora nell’Uttar Pradesh) in cui una banda di contadini dette fuoco a una stazione di polizia uccidendo 22 agenti. 

Il 10 marzo Gandhi venne arrestato e condannato a 6 anni di reclusione (fu rilasciato nel 1924), riprendendo la sua lotta non-violenta alla fine degli anni 20. Nel 1930 intraprese la celebre Marcia del Sale.

Lettura consigliata: Non-cooperation Movement, Amit Ahlawat. (clicca qui per leggere l’anteprima su Amazon).