Calcutta: il sogno delle sinagoghe indiane gestite dai musulmani

BBC travel, 18 Aprile 2019

Per oltre 100 anni, le sinagoghe di Calcutta, in India, sono state preservate dai musulmani, dando un magico esempio di un’amicizia tra religioni.

La nascita dei “Baghdadi”

Per circa 140 anni, dal 1772 al 1911, Calcutta, città commerciale sul fiume Hughli nel cuore del Bengala ooccidentale, è stata la capitale dell’India coloniale. La sua posizione strategica, a soli 150km dal Golfo del Bengala, favorì il commercio estero, ma ha anche indotto molte comunità straniere, dagli armeni ai greci, a migrare nella città. Tra di loro c’erano ebrei dal Medio Oriente.

Conosciuti come “Baghdadi” o “Ebrei di Baghdadi” a causa delle loro origini moderne in Iraq, Siria e in altri luoghi arabofoni, gli immigrati ebrei iniziarono a stabilirsi a Calcutta a partire dal 1798, dopo che un commerciante di nome Shalom Cohen arrivò nella città in cerca di ricchezze. La notizia del successo e dell’arricchimento di Cohen grazie al commercio di diamanti, seta, oppio e cotone, si diffuse ed incoraggiò la popolazione ebraica a seguirlo a Calcutta, aumentando così la sua presenza nel territorio. In questo modo, dai primi anni del 1900, migliaia di ebrei vivevano in armonia accanto a musulmani e hindu.

Al tempo della seconda guerra mondiale, a Calcutta vivevano più di 5,000 ebrei e durante il “boom ebraico” degli anni ’40, Calcutta ospitava cinque sinagoghe, diverse attività ebraiche, edicole e scuole. Quella che era una volta una delle più grandi comunità ebraiche è oggi composta da meno di 24 persone, dopo la diaspora di molti Baghdadi in Israele, Stati Uniti, Inghilterra, Canada e Australia.

Tuttavia, nonostante la popolazione ebraica continui ad invecchiare e pian piano scomparire, la comunità sopravvive e continua a portare avanti la sua tradizione che esiste da oltre tre generazioni: le tre dimore che racchiudono questa eredità sono mantenute e preservate dai musulmani.

Quando si ha l’onore ed il piacere di visitare una di queste sinagoghe a Calcutta, come per esempio la sinagoga Beth El, costruita nel 1856, si assiste ad uno spettacolo straordinario nonchè raro: una squadra di quattro uomini musulmani puliscono accuratamente i balconi di legno e si assicurano che la stella di David e le menorah dalle sette punte siano splendenti.

Siraj Khan, la cui famiglia si occupa di Beth El da più di 120 anni, è uno dei molti musulmani che si prendono cura di queste sinagoghe, personalità che sono legati ai rimanenti membri della comunità ebraica. Secondo AM Cohen, il Segretario Generale degli Affari della Comunità ebraica, Khan e gli altri “custodi” delle sinagoghe della città vengono considerati parte della comunità ebraica.

Amici di religione

Solo 300 metri da Beth El, una delle rimanenti sinagoghe della città, Magen David, un edificio di mattoni di stile rinascimentale, è mantenuta da quattro uomini musulmani, le cui famiglie si sono occupate di questi templi da generazioni. Dopo che i “custodi” chiudono le porte e spengono le luci della moschea, illuminanando poi le iscrizioni ebraiche dei dieci comandanmenti, i lavoratori stendono il loro tappetto nella corte e pregando, si prostrano in adorazione di Allah.

Secondo Jael Silliman, uno degli ultimi autori dell’archivio digitale del Recalling Jewish Calcutta, che ha lo scopo di preservare le memorie della comunità ebraica della città, esiste una convergenza culturale tra i musulmani e gli ebrei di Calcutta, visto che i primi migranti ebrei parlavano le lingue giudeo-arabe e indossavano abiti arabi.

“Dio è ovunque, in una moschea, in un tempio, in una chiesa o in una sinagoga, e lavorare in una sinagoga è un servizio che faccio per Dio con tutto il mio cuore. Il suo nome o la sua forma non si differenziano quando si parla con amore e generosità. E’ il legame speciale che sento con questa sinagoga”.

dice Khan, il cui nonno e padre hanno dedicato la loro vita a questo luogo

Crocevia chiamasi Bengala

Il Bengala occidentale è la casa di una delle tre maggiori concentrazioni di musulmani e Calcutta, la sua capitale, è da sempre considerata un vero e proprio paradiso di tolleranza. Quando la maggioranza della popolazione di 4.5 milioni è hindu, i musulmani, i cristiani, gli ebrei, i buddhisti e i sikh sono co-esistiti insieme, nella città chiamata “La città della gioia”.

Ancora oggi è frequente che gli Hindu si aggreghino ai musulmani nelle moschee per alcune feste islamiche, come il festival del sacrificio, il Eid-al-Adha. La scuola ebraica per ragazze, inaugurata a Calcutta nel 1881, è frequentata per la maggior parte da ragazze musulmane. Allo stesso modo in occasione delle celebrazioni per Durga e il Natale cristiano, tutta la popolazione del Bengala, senza distinzioni, si reca nelle strade per unirsi alla danza.

Via via scomparendo

Secondo Am Cohen, ci sono diversi fattori dietro alla graduale scomparsa della comunità ebraica di Calcutta a partire dalla seconda guerra mondiale.

Innanzittutto, il momento delll’Indipendenza dell’India ha dato inizio ad un periodo di instabilità per la comunità ebraica. Le banche eD i business divennero proprietà dello stato e molti imprenditori, avendo paura di essere privati delle loro ricchezze da parte del governo indiano, hanno deciso di trasferirsi all’estero, in Inghilterra o negli Stati Uniti.

Inoltre, la creazione dello Stato di Israele nel 1948 è stata la causa di una migrazione di massa degli ebrei dall’India e dal tutto mondo verso il nuovo paese.

Futuro incerto

Il futuro della comunità ebraica è incerto. Le sinagoghe di Beth El e Magen David, insieme alla sinagoga più antica della città, Neveh Shalom, sono ora riconosciute come patrimonio culturale dell’India e protette dall’Archaeological Survey of India. La triste realtà è che nessuna di queste svolge lo Shabbat, la festa del riposo, dal 1980 a causa del numero insufficiente di partecipanti (secondo il quorum congregazionale ebraico servono almeno 10 uomini maschi per la preghiera pubblica).

Ian Zachariah, tresoriere del fondo ebraico di Calcutta Emunah, si ricorda che negli anni ’40 i banchi di legno erano riempiti di fedeli durante le feste del Rosh Hashanah e dello Yom Kippur. Ora, queste strutture sono tenute aperte solo per occasioni speciali o se si chiede agli uomini che ci lavorano (e che sono pagati dallo stesso fondo) di poter entrare.

Gran parte dei 14 ebrei rimasti che vivono ancora a Calcutta, hanno più di 50 anni.

Ispirazione indiana?

Il pensiero dei “custodi” musulmani di queste preziose moschee ci confonde, poichè i continui conflitti tra ebrei e musulmani nel mondo non si interrompono.

L’ esempio di queste sinagoghe insegna che la comunità musulmana e ebraica hanno molto in comune e che amare il prossimo è la cosa più importante.

La popolazione ebraica di Calcutta scomparirà velocemente, ma finchè ci sarà qualcuno ad occuparsi dei templi, aprire le porte, spegnere le luci, lucidare il legno, parte di quest’eredità continuerà ad esistere, grazie ai vicini musulmani.

Lettura consigliata: E. Fernandes, The Last Jews of Kerala: The Two Thousand Year History of India’s Forgotten Jewish Community, 2015

(Traduzione di Maria Casadei)

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Laureata Magistrale all’Università di Napoli L’Orientale, ho conseguito la laurea triennale all’Università di Venezia con la tesi “Ascetismo: i rituali della rinuncia”. I miei studi si sono concentrati soprattutto sullo studio della lingua Hindi e Urdu con un particolare interesse verso le religioni e le culture di questi due paesi. L’esperienza di studio presso l’Istituto Nazionale di Lingue e Civiltà Orientali di Parigi (INALCO) mi ha permesso di intraprendere lo studio della lingua telugu che mi ha portato ad avvicinarmi all’India del sud e, in particolare, alla sua evoluzione linguistica, letteraria e politica.