Arte del Gandhāra: la fortuna di un nuovo linguaggio artistico

L’arte del Gandhāra si sviluppò in un periodo che va dal III secolo a.e.c al VIII secolo e.c. Nell’antichità il nome Gandhāra indicava la regione di Peshawar, che fa parte dell’attuale Pakistan, che si estende fino a includere la Valle dello Swat, e a est la grande città di Taxila. Si tratta di un territorio che si estende lungo le pendici meridionali del tratto superiore della catena dell’Hindu Kush, a nord-ovest dell’India.

Una delle caratteristiche sensazionali dell’arte del Gandhāra, che sono state il fulcro della sua fortuna anche in Occidente, è che sebbene la scultura fosse di argomento buddhista, quest’ultima presentava tratti molto simili alla scultura greco-romana. Il volto “ellenizzante” delle sculture gandhariche ha suscitato tanta curiosità e ha aperto la strada a differenti studi, e al fine di cogliere i motivi dell’esistenza di caratteristiche così “multietniche” nell’arte gandharica, è bene accennare alle vicende storiche di questa parte del subcontinente indiano.

Monete Kuṣāna
Fonte: Archive.org

Ai tempi del re Dario il Gandhāra si presentava come una satrapia dell’Impero persiano. Intorno al 325 a.e.c subì certamente gli influssi di Alessandro Magno, che a quel tempo strinse un patto d’alleanza con Ambhi, re di Taxila, per sconfiggere il re Poro nella celebre battaglia dell’Idaspe. Tra il I secolo a.e.c e il I secolo e.c la regione del Gandhāra viene conquistata da una popolazione iranica, gli Śāka, poi dai Parti, e infine dagli Yuèzhī, i fondatori del grande impero Kuṣāna. Al periodo Kuṣāna, e in particolare all’età dell’imperatore  Kaniṣka (II secolo e.c), risalgono cambiamenti culturali di grande importanza, oltre allo sviluppo dell’arte del Gandhāra ricordiamo la diffusione del Buddhismo Mahāyāna, di cui i Kuṣāna furono ferventi sostenitori.

Uno dei modi più efficaci per comprendere l’eccellenza dell’arte gandharica è confrontarla con altri tipi di linguaggio artistico. E’ il caso di sottolineare le differenze tra l’arte del Gandhāra e quella di Mathurā. Entrambe sviluppano contemporaneamente un medesimo lessico iconografico buddista, ma le realizzazioni delle immagini risultano assai diverse. A Mathurā si usa solitamente l’arenaria rossa, nel Gandhāra lo scisto grigio. Il modello “vincente” sarà proprio quello gandharico. Vediamo adesso un esempio utile a chiarificarci le differenze tra questi due celebri linguaggi artistici.

Buddha di Mathurā (sx), Buddha del Gandhāra (dx). Collage personale.
Fonte: Pinterest.

A Mathurā, apprezziamo la figura di un Buddha stante che presenta tutte le caratteristiche di un re indiano. La sua posa marziale ci trasmette autorità, e il suo sesso ben visibile sotto la veste ci rimanda a una figura assai umana. Il Buddha del Gandhāra , al contrario, è abbigliato come un monaco, si presenta con occhi socchiusi, come a veicolare un’idea di concentrazione e assorbimento nella meditazione, il sesso non è visibile e la sua immagine ci rimanda a qualcosa di puro e legato all’ascesi. Questo è un esempio di ricerca della raffinatezza e dell’equilibrio nell’arte gandharica, ma non è l’unico.

E’ bene porre l’attenzione sugli stūpa gandharici. Nell’arte gandharica lo stūpa si presenta privo di vedikā, elemento di contorno caratterizzato da colonnati. La base su cui si erge lo stūpa non è più circolare, ma diventa quadrata, e può acquistare anche un’elevata altezza di modo che lo stūpa s’innalzi. Manca inoltre il torana, maestosi portali d’entrata allo spazio sacro.

Non essendoci torana e vedikā l’arte narrativa, e dunque le scene della vita del Buddha si trovano sul corpo dello stūpa, si susseguono cronologicamente e sono separate da elementi architettonici (solitamente piccole colonne scolpite) . E’ il caso di fare riferimento a una vera e propria rivoluzione gandharica della narrativa buddhista. Oltre ad apprezzare immagini ordinate cronologicamente, rileviamo la presenza di un vero e proprio modello ricorrente alla base di queste rappresentazioni, e cioè le scene raccontate diverranno pressoché sempre le stesse. Si tratta di una rivoluzione nell’ambito della narrativa buddhista, che appare arricchita e, in un certo senso, regolamentata attraverso un repertorio di scene ricorrenti della vita del Buddha. Qui elencati alcuni dei più frequenti episodi della vita del Buddha, che sono rimasti come cristallizzati per la loro importanza ed efficacia espressiva.

Fonte: Pinterest

Il sogno di Māyā: Māyā, madre di Siddhārtha, sogna un elefante bianco che le penetra il fianco. Questo sogno premonisce la nascita del Buddha. Non è raro vedere raffigurata Māyā accompagnata da yakśī, figure semi-divine simbolo di fertilità.

Fonte: Pinterest


L’astrologo Asita: E’ il caso di fare riferimento all’interpretazione del sogno di Māyā da parte dell’astrologo Āsīta. Altra scena ricorrente è l’oroscopo di Āsīta, con il piccolo Siddhārtha sulle sue gambe, che ne predice il destino di cakravartīn sotto l’osservazione del padre di Siddhārtha.

Fonte: Archive.org

La grande partenza: Si riferisce a quando Siddhārtha esce a cavallo dal palazzo e supera la porta della città. I suoi sudditi sorreggono gli zoccoli del cavallo affinché la sua partenza sia quanto più silenziosa possibile. Fuori dalla città si troverà di fronte alla sofferenza, lascerà in dono il suo turbante a un suddito affinché lo recapiti a palazzo, così che tutti possano capire, con grande sofferenza, della sua partenza di “sola andata” verso una nuova vita, per Siddhārtha stesso e per l’intero mondo.

Buddha digiunante,
Fonte: ResearchGate

L’estrema ascesi: Il Buddha digiunante. Siddhārtha intraprende una severa ascesi, si riduce a un passo dalla morte fisica, finché capisce che non è quella la reale via per raggiungere il mokśa, la Liberazione. Si rimette in forze perché ha compreso che è possibile percorrere un’altra strada, la cosiddetta “via di mezzo”, lontana dagli eccessi.

Fonte: Pinterest


 La vittoria su Māra: Buddha cerca un luogo per sedersi per una meditazione che lui già sa sarà decisiva per la sua Illuminazione. Dopo la preparazione del suo trono Siddhārtha si siede, pronto a meditare. Tuttavia, l’illuminazione viene osteggiata da Māra, dio del desiderio e della morte, che tenta invano di impedire a Siddhārtha di raggiungere l’agognata Liberazione, dapprima inviando le sue sorelle per sedurlo, poi con la minaccia del suo esercito.

Fonte: TheSampradayaSun


L’invito alla predicazione: dopo l’illuminazione il Buddha potrebbe continuare per la sua strada, senza trasmettere ad alcuno le proprie conoscenze. Il Buddha appare indeciso, s’interroga sul da farsi. E’ in quel momento che dalla volta celeste discendono Indra e Brahmā, divinità hindu, a pregare Siddhārtha di diffondere il Dharma, la sacra dottrina buddhista.Dopo questo evento avverrà a Benares, nel Parco delle Gazzelle, la prima predicazione. Qui il Buddha esporrà la Dottrina ai suoi primi cinque discepoli, e qui avverrà la nascita del saṃgha, la comunità buddhista.

Mahāparinirvāṇa.
Fonte: Pinterest


Mahāparinirvāṇa: E’ l’evento della morte fisica del Buddha. Il Buddha rimane intatto e continua a esprimere grande pace e autorevolezza, pur nello sconforto circostante.

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Mi chiamo Davide Cava e sono uno studente di Hindī e Sanscrito presso l’Università “L’Orientale” di Napoli. Sono appassionato di letteratura, musica e meditazione, suono l’harmonium e mi diletto nel canto. La mia tesi di laurea triennale si concentra su Jayshankar Prasad, figura illustre della letteratura Hindī di inizio ‘900.