Yoga e psicologia – Mindfulness

Mindfulness

Quello che oggi conosciamo con il termine ‘mindfulness’ è in realtà la traduzione di una parola o più precisamente, di un concetto che in lingua Pali si ritrova come ‘sati’ ed in sanscrito è conosciuto come ‘smrti’. Entrambi i termini sono stati tradotti come “ricordare”, “tenere fisso nella mente” ma quello che si avvicina di più alla nostra indagine è il vocabolo Pali. Sati, nella pratica buddhista, non è solo consapevolezza ma una vera e propria facoltà psicologica (indriya) nonché settimo elemento del nobile ottuplice sentiero che fa parte dei principali insegnamenti buddhisti. Il punto focale del termine non è la memoria ma la continua pratica del portare la mente al presente, di focalizzarsi sulla meditazione al fine di raggiungere un grado di consapevolezza maggiore sulle cose e in relazione alle cose. 

Programma MBSR 

Questa disciplina è stata introdotta nell’ambiente scientifico da Jon Kobat-Zinn, biologo statunitense, che nel 1979 fondò la “Stress Reduction Clinic” all’Università della Massachusetts Medical School dove sviluppò il suo programma chiamato “Stress Reduction and Relaxation Program” che prende alcune nozioni del buddhismo Zen adattandole al modello terapeutico. Questo è un vero e proprio corso di otto settimane che solo in seguito prese il nome di Mindfulness-based stress reduction (MBSR). Secondo il biologo vi sono sette pilastri sui quali si incentra la pratica: non giudizio, pazienza, la mente elastica del principiante, fiducia, accettazione, la rinuncia nel cercare i risultati e lasciar andare. Il protocollo vero e proprio chiede molta disciplina e costanza: 45 minuti al giorno, sei giorni ogni settimana e 45 minuti al giorno di pratica informale, cioè continuando a praticare ciò che si è imparato durante il programma. 

La pratica di mindfulness

 Vi si espone innanzitutto l’importanza del mantenere l’attenzione sul respiro poiché determina il primo gesto verso la calma e il rilassamento. Si prosegue con il body scan, che consiste nell’ascolto del proprio corpo, una scansione delle diverse aree del corpo in modo tale da rendere anche la meditazione flessibile. Il terzo passaggio è la meditazione yoga: si presta attenzione ai muscoli e le articolazioni e le sensazioni suscitate dal movimento del corpo. Una seconda meditazione è la meditazione seduta: dopo esserci seduti, portiamo l’attenzione al respiro e se la mente si distrae cerchiamo di ritornare il prima possibile sulla respirazione. La forte concentrazione si dissolve praticando la meditazione sul cammino: camminando, la mente sente il peso del corpo e il posarsi dei passi sul suolo. Segue la meditazione della gentilezza amorevole che aiuta a coltivare gentilezza e compassione verso noi stessi e il mondo circostante. Il tutto termina con la pratica informale: attuando volontariamente azioni consapevoli ogni giorno.  

Il messaggio di questa disciplina è chiaro: lo stress e il dolore sono sensazioni non limitate al corpo e non sono un problema solo dell’individuo, possono riversarsi nel mondo esterno danneggiandolo in maniera lieve o irreversibile. Secondo questa visione Kobat-Zinn suggerì una maggiore consapevolezza sull’ambiente circostante ed il clima, richiamando il meccanismo di interdipendenza buddhista, per unirci e cercare soluzioni concrete.  

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Namastè! Mi chiamo Valentina Savino e sono studentessa laureanda in Lingue e culture orientali e africane presso l'università "L'orientale" di Napoli. Studio attualmente le lingue hindi e urdu che sono per me le principali porte d'accesso alla cultura e alla società del subcontinente.