Studying the Minorities: Kalash, “infedeli” del Pakistan

Bambina di etnia Kalash.
Fonte: Flickr

Al confine tra Pakistan e Afghanistan, in un territorio isolato e difficilmente raggiungibile, resiste la piccola comunità dei kalash. Questa antica popolazione, divisa in diverse tribù, conta circa 4000 persone che risiedono nelle tre valli di Birir, Rumbur e Bumburet. Ciò che rende questa comunità particolare e diversa dagli altri abitanti della regione è la loro cultura, religione e fisicità che ha incuriosito numerosi storici e scrittori. Infatti, gran parte dei kalash, oltre a non essersi mai convertiti alla religione dei suoi conquistatori, mantenendo una cultura e religione legate al consumo del vino, si distinguono per la loro carnagione, occhi e capelli chiari.

La loro resistenza alle influenze religiose portate dai vari conquistatori, tra cui l’esercito dei Ghaznavidi e quello di Tamerlano, gli procurò il nome di kafiri, in arabo “infedeli”. Il colpo finale venne inferto nel 1896 quando Kabul Abdur Rahman perpetrò una vera strage nella regione costringendo i kalash a convertirsi. Anche il nome della regione, chiamata fino ad allora Kafiristan, venne cancellato dalle carte geografiche e cambiato in Nuristan, “terra della luce”.

Nonostante la strage e la conversione forzata, i pochi sopravvissuti mantennero le proprie tradizioni su cui, ancora oggi, si indaga. Le particolari celebrazioni religiose politeiste e legate al consumo del vino, sacro al dio Indr, si differenziano totalmente dal retaggio culturale delle popolazioni limitrofe.  Inoltre, in contrasto con le tradizioni pakistane è il rapporto tra uomini e donne che, generalmente, convivono e non osservano la distanza tra i due sessi. La donna ha diritto al “divorzio”. Questo può essere iniziato tramite una lettera scritta dalla donna stessa al futuro marito informandolo sul prezzo che dovrà pagare per poterla sposare; una seconda modalità è attuata tramite “la fuga” della donna nella casa dell’uomo che ha scelto come nuovo compagno.

Queste particolarità e il mistero sulle loro origini etniche hanno fatto sorgere due ipotesi sulla provenienza dei kalash. La prima ipotesi suggerisce che queste tribù discendano dai soldati al seguito di Alessandro Magno che, esplorando queste aree durante la sua compagna d’India, rimasero affascinati dalla bellezza del luogo e decisero di stabilircisi. La connessione tra la popolazione dei Kalash e il condottiero macedone è, infatti, stata fonte di ispirazione per la celebre novella di Rudyard Kipling, l’uomo che volle farsi re. Questa ipotesi è supportata da un’analisi genetica svoltasi recentemente e da racconti epici tramandati oralmente che citano divinità riconducibili al pantheon greco.

L’ipotesi alternativa è che i kalash siano di origini indo-aria. Un secondo studio genetico, condotto nel 2015, ha dimostrato che queste tribù non avrebbero legami con i condottieri di Alessandro Magno ma, bensì, con una comunità si cacciatori- raccoglitori siberiani risalenti al Paleolitico. 

Oggi, i kalash, nonostante la continua pressione, diretta e indiretta, da parte delle comunità musulmane che li circondano, lottano ancora per mantenere le proprie tradizioni. Estremisti e missionari musulmani che vorrebbero queste tribù convertite cercano di creare divisioni interne alla comunità premendo sugli anelli più deboli della società; pressione indiretta, invece, è operata da organi governativi statali e regionali che promettono migliori trattamenti e servizi per coloro che si convertono all’Islam.

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Mi chiamo Giulia Dal Bello e sono laureata in Lingue, Società e Letterature dell'Asia e dell'Africa mediterranea all'Università Ca'Foscari di Venezia. Ho conseguito un Master in Studi Palestinesi all'Università SOAS di Londra. Mi sono dedicata in particolare allo studio dell'Orientalismo in India e al ruolo delle Organizzazioni Internazionali e dell'UNRWA nell'ambito delle relazioni israelo-palestinese.