Śītalā, dea del vaiolo

Fig 1: Rappresentazione di Śītalā

Nei momenti difficili come quello che la popolazione mondiale sta vivendo è importante ricordare le sfide che abbiamo affrontato in passato grazie alla tenacia, alla forza e alla pazienza. Senza dimenticare le felici intuizioni dei medici.

Il vaiolo venne estirpato definitivamente dall’India nel 1977 e il Bangladesh registrò l’ultimo caso nato spontaneamente della malattia in una bambina di due anni nel 1975.

La Dea del vaiolo, Śītalā, continua ad esistere da allora, nonostante il vaiolo sia stato sconfitto. “Dea del vaiolo”, “diosa de la viruela” in spagnolo, “deusa da variola” in portoghese, “déesse de la variole in francese e “Göttin der Windpocken” in tedesco. Questa divinità è venerata per prevenire la febbre, la malaria e la turbecolosi in numerosi paesi: Pakistan, Nepal, Bangladesh ed anche in alcune città indiane: Varanasi, Delhi, Gurgaon, Jaipur ecc.

“La fredda” è un altro epiteto per la Dea del vaiolo. Per i Bengali, Śītalā è vasanta roger adhicṣṭhātrī ovvero “colei che controlla la febbre vasanta (la febbre dell’estate)”. Tuttavia, la sua figura non deve essere associata con la malattia che rimane indipendente e vive già all’interno di noi, inattiva. Śītalā ha il potere di controllarla, per questo è adhicṣṭhātrī (il controllore l’occupante, il possessore).

I sintomi della medicina occidentale sono segni della presenza attiva della Dea nel nostro corpo. Viene rappresentata come una vergine che cavalca un asino, porta una corona e tiene una piccola scopa nella mano destra e una brocca nella mano sinistra (Fig. 1).

Nel Bengala rurale, la presenza di Śītalā si attesta sia psicologicamente (attraverso la possessione volontaria oppure no) sia fisicamente (contagio). Per sconfiggere il vaiolo, furono utilizzati essenzialmente due metodi. I vaiolatori sono stati i primi a presentare l’unico vero rimedio alla malattia prima dell’arrivo dei vaccini in India nel 1802.

Il vaiolatore, dopo aver prelevato materiale infetto da pazienti malati di vaiolo, lo poneva sulla pelle scarnificata ai fini di provocare la forma lieve della malattia ed ottenere un’immunizzazione. Alcuni brahmani svolsero il ruolo di vaiolatori, Śītalā pūjak, ma questa “carica” era principalmente occupata da persone di casta bassa, come barbieri o giardinieri.

Prima di tutto Śītalā veniva invocata dal vaiolatore poi, seguiva il momento dell’inoculazione, che prevedeva l’installazione della Dea nel corpo ospitante. Dopo l’inoculazione venivano offerti cibi vegetariani, acqua fredda, prodotti derivati dal latte, sangue e carne cruda di oche, polli e pesci.

La principale differenza tra i vaiolatori ed i guaritori locali è che i primi non erano mai posseduti dalla dea, mentre la tecnica dei guaritori non sempre si indirizzava direttamente sul corpo del paziente.

I culti delle divinità indiane si trasformano e sanno adattarsi al cambiamento, “rimodernandosi”. Il caso di Śītalā. Dopo la sconfitta del vaiolo, il culto della Dea non è morto, è rinato come AIDS ammā (Madre dell’AIDS), nato precedentemente in Karnataka, con il fine di informare la popolazione rurale e metterla in guardia dalla nuova malattia.

Lettura consigliata: F. M. Ferrari, Old Rituals for New Threats: Possession and Healing in the Cult of Śītalā

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Laureata Magistrale all’Università di Napoli L’Orientale, ho conseguito la laurea triennale all’Università di Venezia con la tesi “Ascetismo: i rituali della rinuncia”. I miei studi si sono concentrati soprattutto sullo studio della lingua Hindi e Urdu con un particolare interesse verso le religioni e le culture di questi due paesi. L’esperienza di studio presso l’Istituto Nazionale di Lingue e Civiltà Orientali di Parigi (INALCO) mi ha permesso di intraprendere lo studio della lingua telugu che mi ha portato ad avvicinarmi all’India del sud e, in particolare, alla sua evoluzione linguistica, letteraria e politica.