La madre della cultura tulu: Siri e il rituale per le donne

Lo studioso della cultura tulu e di SIri: Peter J Claus
Fonte: Deccan Herald

La leggenda di Siri è molto significativa, gli attributi dei personaggi e i temi raccontati nel mito permettono infatti a questo paddana di svolgere un ruolo fondativo della cultura tulu e di attrarre un gran numero di devoti della dea Siri. La storia racconta le vicissitudini di una famiglia di Bant, una casta con organizzazione matrilineare di lingua Tulu, la cui occupazione principale è l’agricoltura. I Bant formano una grande casta il cui status è considerato prestigioso anche dalle caste locali non brahmane, la maggior parte delle quali sono anche a loro volta matrilineari, e possono essere considerate analoghe ai Nayars, antropologicamente rinomati del Kerala.

La leggenda di Siri, o Siri Paddana, viene tramandata nella cultura tulu senza che venga identificata con una casta o un orientamento religiosi precisi ed una famosa versione del dramma popolare, yakshagana, è ancora molto diffusa.

La famiglia Bant, protagonista di questo racconto, è considerata parte del pantheon Bhuta, in contrasto con le divinità straniere chiamate Devaru. Queste ultime includono le divinità pan-indiane Shiva, Vishnu e le loro mogli e seguaci, mentre il pantheon Bhuta è costituito da un insieme complesso di divinità rappresentate iconograficamente come animali totemici, eroi ancestrali e mostri capricciosi.

Per i Bant Siri e i suoi immediati discendenti occupano una posizione molto speciale nel pantheon Bhuta, infatti ella è considerata la loro fondatrice. La leggenda e le vicende di cui Siri è resa partecipe sono considerate le cause della nascita di un sistema sociale di tipo matrilineare nella cultura Bant.

La leggenda di Siri

Una volta c’era un vecchio di nome Berma Alva (chiamato ajjeru, “nonno”) di Lanka Nadu, che stabilì un’enorme proprietà con molti campi e affittuari in un luogo chiamato Satyanapura. Benché ricco, non aveva discendenti :

“Nessun maschio che va avanti per dare sostegno, nessuna femmina che viene da dietro per dare sostegno, nessun nipote al suo fianco, nessun nipote in ginocchio.”

Lamentandosi della sua situazione, egli giurò che avrebbe dato tutta la sua ricchezza ai mendicanti se avesse potuto avere un figlio.

Poco dopo, il dio Brahma venne alla sua porta travestito da mendicante. Berma Alva, seguendo la sua parola, ma non consapevole della vera identità del mendicante, ordinò al suo servo di fare una generosa elemosina. Il mendicante, tuttavia, si rifiutò di accettare l’elemosina dal servitore ma insistette che il padrone di casa gli facesse personalmente l’elemosina. Quando poi Berma Alva apparve, il mendicante gli chiese perché fosse così triste.

Dopo che il mendicante ascoltò i crucci di Berma Alva, gli disse che aveva trascurato la casa ancestrale della sua famiglia, aveva dimenticato le necessità dei suoi parenti, aveva lasciato i santuari della propria famiglia andare in rovina. Per questi motivi le divinità della famiglia (bhuta e devaru) gli aveva impedito di avere figli. Per rimediare alla situazione, Berma Alva fu incaricato di rinnovare i santuari.

Berma Alva tornò a Lanka Nadu dove si fermò la notte e rimise a nuovo i santuari di famiglia. Seguendo le rigorose osservanze della purezza, Berma Alva fece eseguire una grande cerimonia per il dio della famiglia, Brahma, e tutti i Bhuta della famiglia. A braccia tese offrì a Brahma un baccello di fiori della palma da noce di areca (pingara) e pregò al Dio di accettarlo e di perdonarlo per la sua negligenza. In quel momento il baccello si aprì, rivelando la presenza di una bambina. Poiché la bimba era nata dalla felicità (santosa) e dalla verità (satya), il vecchio la chiamò Siri.

Siri crebbe in fretta e divenne una bellissima ragazza. Berma Alva organizzò il suo matrimonio con Kantha Alva di Kadengadi e tutta la ricchezza di Berma Alva (gran somma di oro e terra) fu data a Kantha Alva come dote di Siri. Ma Kantha Alva aveva un’amante di cui era innamorato a tal punto che la bellezza e la devozione di Siri non avevano su di lui alcun effetto. Fu così che sperperò tutte le ricchezze e le proprietà di Siri.

Quando Siri rimase incinta, suo marito acconsentì affinchè ella potesse tornare alla propria casa natale per il parto. Prima della partenza però Kantha Alva si rifiutò di eseguire la cerimonia del bayake, che viene celebreta in onore della moglie, e Siri non partì. Poichè dopo otto mesi dalla celebrezione del matrimonio Siri non aveva ancora fatto ritorno, Berma Alva si recò a vedere cosa fosse successo. Instistette affinché Kantha Alva eseguisse il bayake e fornì lui del denaro per acquistare un sari per il viaggio di ritorno di Siri. Kantha Alva acquistò un sari, ma lo diede a Siri solamente dopo che fu rifiutato in un primo momento dalla sua amante.

Siri, disonorata dall’indifferenza e dalla negligenza del marito, tornò a casa da sola dove diede alla luce un figlio, Kumaru. Kantha Alva si rifiutò di recarsi a riconoscere il proprio figlio. Per vendicarsi Siri allora maledisse le terre e la tenuta di suo marito, annunciando che i suoi campi e tutta la sua famiglia sarebbero stati sterili per l’eternità (si dice infatti che ancora oggi lo siano).

Alla nascita del bambino era stato predetto che se il nonno, Berma Alva, avesse mai visto il viso del bambino sarebbe morto all’istante, suo padre sarebbe impazzito e sua madre sarebbe stata costretta a mendicare in terre lontane. Un giorno, mentre Siri stava facendo il bagno al bambino, lasciò momentaneamente la stanza per prendere un panno. Kumaru era solo nella stanza quando il nonno si avvicinò alla porta. Sentire il bambino che giocava era una tentazione troppo grande per il vecchio. Entrò, prese il bambino e se lo strinse al petto. L’uomo cadde a terra e fu così trovato morto sul pavimento con il bambino ancora tra le braccia.

Sopraffatta dal dolore, Siri prese il bambino e prese a vagare senza meta. Dopo aver rinunciato al marito, aveva perso il suo unico parente e la sua ricchezza era stata dispersa.

Mentre vagava verso sud, incontrò due guerrieri (ksatriyas) che nonostante si fossero innamorati di lei al primo sguardo, riconoscevano che fosse una donna virtuosa. Ella implorò il loro aiuto e chiese loro di considerarla come la propria sorella:

“Se sei più grande di me, chiamami Meggedi, sorella minore, se sei giovane chiamami Paldi, sorella maggiore”.

Gli uomini la portarono da un uomo di nome Kodsara Alva di Kotrapadi che le chiese di sposarlo, insistendo sul fatto che a lui poco importava del matrimonio precedente. Nessuna dote, nessun Brahman, nessuna festa, nessun consenso di un parente sarebbe stato necessario per questa cerimonia.

Ma Kodsara Alva era già sposato e quando la sua prima moglie venne a sapere delle sue intenzioni, lanciò una maledizione a Siri, dicendo che se mai avesse guardato una lampada ad olio, sarebbe diventata cieca. Siri intuì che Kodsara Alva aveva un’altra moglie e immaginò che questa potesse essere adirata. Gli disse che non poteva tornare a casa sua fino a quando la sua prima moglie non avesse acconsentito e l’avesse condotta in casa lei stessa. Quando la prima moglie di Alva vide quanto Siri fosse in realtà onesta e quanto la sua situazione fosse dolorosa, accolse Siri in casa come una leale compagna.

A casa di Kodsara Alva Siri rimase incinta di un secondo figlio. Poco prima dell’ora del parto, Siri andò in un boschetto di noci di areca ai margini della giungla. In questo luogo al tramonto ebbe il suo bambino, una figlia, di nome Sunne (calce bianca). Dopo il parto seppellì la placenta, ma di notte arrivarono delle volpi che la trovarono e la mangiarono. Ella le maledisse, dicendo che non si sarebbero mai più potute avvicinare a quel luogo (ora là vi è uno stagno e si dice che le volpi non si avvicinino mai).

All’alba benedisse la terra affinché vi si potesse coltivare riso, dhal, cocco e noci in abbondanza per poi scomparire. Si dice però che ancora oggi continui a proteggere questa terra come un bhuta.

Sunne crebbe così nella casa di Kantha Thola e in seguito sposò Guru Marla di Urikitola. Marito e moglie fecero voto con una grande offerta a Brahma, affinchè li favorisse con la nascita di un bambino. Sunne rimase presto incinta e diede alla luce due gemelle, Abbaga e Daraga. Presi dalla felicità della vita familiare, i due trascurarono il voto fatto a Brahma.

A questo punto Brahma apparve a Sunne e Guru Marla travestito da indovino e predisse loro che avrebbero sofferto molto profondamente se avessero trascurato il loro voto e che tutto ciò che il dio aveva concesso, sarebbe loro stato tolto. Ma ancora più importante, affermò che litigare sarebbe stata la loro rovina. Guru Marla, irritato dall’indovino, lo invitò ad andarsene.

Un giorno, Sunne e Guru Marla se ne andarono di casa e lasciarono le gemelle da sole con l’avvertimento di non litigare. Sapendo che spesso litigavano sui giochi, nascosero il gioco preferito delle ragazze chiamato cene mani in una cassa. Dopo che se ne furono andati, Brahma, travestito da un saggio bramino, aprì il baule e suggerì alle bambine annoiate di giocare per passare il tempo. Presto le due iniziarono a litigare e una colpì l’altra in testa con il tabellone. Questa così cadde e morì. Nel terrore di dover affrontare i suoi genitori per aver commesso un crimine così atroce, l’altra gemella saltò nel pozzo e annegò. Quando i genitori tornarono, furono accolti dal saggio che li avvertì che non avrebbero mai dovuto trascurare una promessa fatta a un dio, poichè tutto ciò che erano e che avevano erano un dono di dio. Ed ora lo stesso dio se l’era ripreso.

La leggenda si conclude così con una nota tragica. Non solamente la casta Bant, ma anche altre caste matrilineari fanno risalire le proprie usanze tra cui la dote matrilineare, il divorzio, le seconde nozze, l’importanza del bayake e l’eredità trasmessa in via femminile a questo mito.

Il rituale di Siri

I mebri del culto che recitano il poema Siri Paddana
Fonte: daijiworld.com

Il festival di Siri è celebrato ogni anno nella notte di luna piena del primo mese di Tulu (paggu), che corrisponde all’equinozio di primavera. Sebbene venga generalmanete svolto nei templi dedicati a Shiva, non esiste una connessione leggendaria specifica tra le divinità della Grande Tradizione dei templi (devaru) e Siri (bhuta). I riti che vengono eseguiti al santuario di Siri sono strettamente conformi alle tradizioni sanscrite e la leggenda non viene cantata per non essere posseduti dalla divinità.

In occasione dei rituali del culto di Siri, migliaia di persone arrivano dai villaggi circostanti. Dopo un rituale preliminare eseguito dai brahmani del tempio (tantri), i capi maschili del gruppo familiare presentano delle offerte a Siri.

In seguito i partecipanti al culto si dividono in gruppi, ognuno dei quali è composto da quattro o cinque uomini e da venti a trenta donne. Gli uomini, vestiti con panni rosso scuro, si posizionano al centro di ogni gruppo dove saranno posseduti da Kumar, il figlio di Siri. Inoltre al centro di ogni gruppo ci sono sei o otto donne anziane vestite con sari arancioni, che durante il rituale vengono possedute dalla stessa Siri. Le restanti donne, devote più giovani, sono vestite con sari bianchi e occupano il perimetro di un rettangolo immaginario intorno a queste persone.

l’uomo con il lungi posseduto da Kumar mentre le donne vestite con i sari arancioni sonno possedute da Siri
Fonte: daijiworld.com

La posizione occupata dai gruppi dentro e intorno al complesso del tempio durante i rituali è determinata spesso dalla gerarchia delle caste. Le caste considerate le più pure, come i Ram, si raggruppano attorno ai templi di Siri e Shiva. Le caste inferiori invece si collocano alla periferia e le caste degli intoccabili rimangono fuori dalle mura del tempio.

Dopo la cerimonia di offerta al santuario di Siri, il tantri invoca la dea e i gruppi iniziano a recitare la leggenda di Siri. I cultisti, novizi e adepti, iniziano a subire il possesso da parte della divinità mentre i partecipanti ondeggiano con occhi vitrei e recitano la leggenda. L’individualità dei partecipanti si dissolve durante il rito, essi si identificano infatti con i personaggi bhuta del mito.

Dopo circa un’ora di canto, uno dei novizi viene colpito da una forma di possessione decisamente più violenta: urla, sibila o pronuncia maledizioni e si getta per terra. Gli adepti, una Siri e un Kumar, chiedono a quale bhuta si stanno rivolgendo. Lo spirito nella giovane donna si identifica come una delle discendenti di Siri, Sunne.

Il mito e il rito consentono alle giovani donne di sfogare la reazione emotiva nei confronti di situazioni familiari personali difficili e forniscono una discendenza mitica alternativa con cui le giovani donne possono identificarsi. Una famiglia la cui tragedia si trasforma in virtù.

Novizi nello stato di possesione
Fonte: daijiworld.com

Con il progredire del rituale, gli adepti procedono a calmare il novizio e, usando una varietà di versi improvvisati, istruiscono sia il novizio che la sua famiglia nella corretta condotta morale della vita familiare. Gli anziani della famiglia sono incaricati di tornare ogni anno e di fare un’offerta a nome della giovane donna, a cui viene chiesto di impegnare la sua devozione al servizio di Siri e di continuare a servire la divinità come mezzo di possesso. L’adepto Kumar quindi “raffredda” il novizio con canti (mantra) e acqua santa (tirtu). Una volta che il novizio è tornato ad uno stato di possessione meno violenta, il canto di gruppo riprende e viene completata circa sei o otto ore dopo. 

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Mi chiamo Tonne Teresa Cruze e sono nata a Dhaka in Bangladesh il 9 settembre 1997. Sono una studentessa del corso di laurea triennale Lingue e Culture Comparate all’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”. Le mie lingue di studio sono inglese e cinese. Ho voluto svolgere il mio tirocinio presso l’associazione Sakshi perché come loro anch’io vorrei far luce e dar voce alla cultura dell’India, del Bangladesh e dei suoi paesi confinanti.