Rāmā di Gāndhi o Rāmā di Modi….

“Raghupati Rāghava Rāja Rām, patita pavana Sita Rām” erano le parole del canto devozionale preferito di Mahātma Gandhi. 

Quando invece esalò il suo ultimo respiro, il 30 gennaio 1948, si dice che le sue ultime parole siano state "He Rām!" (O Rāma). 

La consacrazione, da parte del primo ministro Narendra Modi, del tempio di Rāma ad Ayodhya, costruito dopo un lungo processo legale e il verdetto della Corte Suprema, dovrebbe essere visto come un simbolo della forza della democrazia dell’India e non denigrata come un pericolo per i suoi pilastri democratici. L’Occidente deve gettare via i suoi occhiali coloniali mentre guarda l’India e smettere di cercare di dubitare delle sue istituzioni.

Rāma è stato il pilastro della civiltà indiana e la Sua storia, il Rāmayana, è considerata la leggenda più antica, itihāsa, nella lunga storia del Sanātana Dharma (“ordine eterno” conosciuto anche con il titolo anglicizzato “Induismo”). Sanātana Dharma (o Induismo) non si considera una religione. Non ha comandamenti, cose da fare e da non fare. È un’anomalia per le fedi abramitiche. È una filosofia del rapporto con l’assoluto, che è eterno e universale. Rāma.

Nonostante gli storici occidentali moderni abbiano ripetutamente cercato di dimostrare che storicamente in India non cè stata l’unità politica, per oltre tremila anni è stata unita dalla sua cultura, dalla sua lingua (sanscrito) e dal Sanātana Dharma. La storia del tempio di Rāma non è iniziata nel 1992 con la distruzione della Babri Masjid. Non è iniziata nel 2019 con il verdetto della Corte Suprema indiana, il suo più alto organo giudiziario, che ha assegnato la terra a “Sri Rām Virajman” (la divinità Rāma installata), non è iniziata con il prana pratishtha (“stabilimento dell’immagine nel suo soffio vitale”) il 22 gennaio 2024. Tutto è iniziato più di 1000 anni fa, con l’avvento degli invasori islamici che catturarono Delhi e con la spada cercarono di imporre la loro religione e il loro stile di vita su gran parte dell’India.

Si dice che Babur, il primo imperatore timuride di Delhi, abbia ordinato e commissionato una moschea in quel luogo intorno al 1527, distruggendo il tempio di Rāma che vi sorgeva. La moschea (Babri Masjid) anche nel 1900 veniva chiamata Moschea Janmasthani (La moschea della natività) nei documenti britannici. E un ruolo importante va attribuito anche ai 200 anni di umiliazione dell’India, quelli del dominio coloniale britannico. Gli inglesi erano mercanti venuti in India per commerciare, governare l’India per loro era una necessità per proteggere il monopolio commerciale su quel paese da altre potenze europee. Quindi a loro andava bene tutto ciò che manteneva la pace, lo status quo, ma anche la tensione tra le comunità locali.

L’India di oggi è una democrazia. I suoi fondatori non vedevano la necessità di chiamarla “secolare”, ma credevano che lo sarebbe stato. Inoltre, a differenza di Israele, l’India ha ceduto la terra nella sua soluzione a due stati: il 15 agosto 1947, l’India cedette il Pakistan e l’attuale Bangladesh, perché Gandhi credeva che ciò avrebbe portato la pace tra indù e musulmani. Gandhi aveva torto. Il genocidio che seguì di indù, musulmani, sikh e di tutti gli indiani in generale fu sepolto per decenni da Lord Mountbatten, dal governo britannico e dal nuovo governo indiano poiché non potevano ammettere di aver commesso un errore.

La soluzione dei due Stati (ora tre) si è rivelata un successo per l’India. La sua popolazione musulmana era pari al 25% prima della spartizione, al 10% dopo la spartizione (il 15% si trasferì negli attuali Pakistan e Bangladesh) ed è tornata al 15% oggi (più di 200 milioni). Ha avuto presidenti, vicepresidenti e capi di quasi tutti gli uffici costituzionali ed esecutivi di quasi tutte le minoranze, compreso l’Islam. Lo stesso non si può dire del Pakistan e del Bangladesh, dove la popolazione indù e sikh continua a diminuire in questi che sono ormai Paesi musulmani con economie in declino per via di una crisi costante e nessuna protezione per le minoranze. 

Il 22 gennaio 2024, dopo un processo legale durato 28 anni, alla maggioranza indù è stato finalmente concesso di costruire un tempio dove lo riteneva più importante. L’Occidente non riesce a comprendere che l’India è probabilmente l’unico paese al mondo in cui la maggioranza attende un verdetto della più alta corte del paese per una questione basata sulla fede. Nonostante i ripetuti verdetti giudiziari continua a essere criticato e il sito del tempio di Rāma è ancora contestato dai media occidentali. L’occidente non apprezza la democrazia indiana.

Non c’è differenza tra il Rāma di Gandhi e il Rāma di Modi: non c’è mai stata. Per gli indù dell’India, il tempio di Rāma è una questione di identità e fede. Nemmeno una volta il Primo Ministro indiano ha annunciato che il Paese diventi un Hindu Rashtra (Nazione Hindu). Nemmeno una volta ha sfidato la pluralità dell’India. Semmai, i problemi che portarono alla demolizione forzata della Babri Masjid nel 1992 furono il risultato della gestione schizofrenica della situazione da parte della prima ministra del Congress Indira Gandhi e dopo di suo figlio Rajiv Gandhi.

Infatti, madre e figlio avevano bisogno da un lato del voto musulmano per restare al potere, dall’altro di pacificare la maggioranza indù. Fu Indira Gandhi a vedere la necessità di inserire le parole “laico e socialista” nella costituzione dell’India per pacificare i suoi nuovi alleati sovietici. Era il 1976, durante la sua “emergenza” in cui governò per decreto. Gli stessi alleati russi su cui sta ora cercando disperatamente di convincere l’India a sganciarsene.

Il 22 gennaio 2024, l’India ha avuto un altro incontro con il destino, quello con la sua vera identità: il ritorno a casa di “”Rām lala” rende l’India più laica e più forte, non comunitaria e più debole. L’eliminazione dell’identità imperiale dell’India e l’accettazione dell’identità Sanātani non mettono in pericolo le sue minoranze, ma danno loro potere. La percezione occidentale della scarsa inclusività della società indiana e delle sue funzioni è sbagliata. La mancanza di rispetto dell’occidente per la democrazia indiana, il voto dei cittadini Indiani, le loro scelte, il loro governo eletto, le loro istituzioni e la loro repubblica è quasi offensiva.

Il tempio Rāma di Ayodhya è il tempio del popolo. Rāma non è di Modi né di Gandhi. Rāma non è indù né musulmano. Rāma di Ayodhya è l’anima della nazione indiana.

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Vas Shenoy è un studioso di rapporti Europa-India. Durante gli ultimi 22 anni della sua carriera ha lavorato per la gestione di aziende e progetti nei campi della tecnologia informatica, dell’energia rinnovabile e della cooperazione e sviluppo in più di oltre trenta paesi in Europa, Medio Oriente, Africa e Asia collaborando con governi, la Banca Mondiale e enti ONU. Vas è il Presidente dell'Associazione Sākshi e della Glocal Cities ONLUS.