La Jihad islamica- I giovani radicalizzati

La preoccupazione comune di Asia ed Europa: la radicalizzazione tra i giovani.

L’attacco terroristico di Hamas a Israele è avvenuto il 7 ottobre. Questo attacco non ha soltanto evidenziato le vulnerabilità dello stato ebraico, ma ha anche rivelato uno degli obiettivi principali di Hamas: l’unificazione di tutti i gruppi jihadisti sotto la propria bandiera e la diffusione sistematica della radicalizzazione dei giovani musulmani in tutto il mondo. Inoltre, l’evento ha contribuito a destare l’attenzione del mondo sulla reale minaccia che stiamo affrontando. Dagli Houthi nello Yemen, al Hezbollah in Libano e alle milizie sciite in Iraq (come i sadristi e i badristi), Hamas sta riuscendo a unificare e mobilitare diversi gruppi sunniti e sciiti radicalizzati nella guerra contro Israele.

La preoccupazione si estende ben oltre la regione del Medio Oriente. In Asia, e soprattutto nel Sud e nel Sud-Est asiatico, i governi e i leader della sicurezza sono profondamente inquieti riguardo alla crescente radicalizzazione dei giovani, all’aumento della violenza di matrice islamica e agli attacchi terroristici interni contro obiettivi strategici non legati all’islam, come quelli israeliani e occidentali.

In un mondo globalizzato con flussi migratori difficili da controllare, la principale preoccupazione riguarda i giovani maschi radicalizzati che viaggiano in direzione dell’Europa e degli Stati Uniti, spesso coordinati da gruppi islamici del Medio Oriente e supportati dai servizi segreti di paesi come l’Iran e il Pakistan, con l’intento di colpire città e altri strategici bersagli occidentali. Sebbene l’estremismo islamico sia comunemente associate al Medio Oriente, i primi quattro paesi in ordine della popolazione islamico sono : Indonesia (231 milioni), il Pakistan (240 milioni), l’India (con la popolazione islamica di 200 milioni), il Bangladesh (popolazione 150 milioni) , che si trovano in Asia.

Mentre l’Indonesia e l’India rimangono nazioni laiche impegnate quotidianamente nella lotta contro l’estremismo e il terrorismo interno, il Pakistan e il Bangladesh repubbliche islamiche che hanno partiti politici islamici estremisti e milizie legate che fanno parte del tessuto politico del paese che sostengono, promuovono e, di conseguenza, finanziano il terrorismo islamico. Non mancano fonti di finanziamento provenienti dal Golfo Persico e da altri paesi islamici benestanti, che contribuiscono al sostegno delle madrase, delle moschee e dell’istruzione estremista islamica.

In questo contesto, è motivo di seria preoccupazione il fatto che tre cittadini del Bangladesh, residenti in Italia, siano stati oggetto di indagini per attività legate al terrorismo la scorsa settimana. Uno di loro è un giovane di 21 anni che lavorava per una ditta subappaltatrice di Fincantieri.

Il Pakistan e il Bangladesh, sebbene non siano attualmente coinvolti in conflitti interni o in guerre, continuano a essere fonti significative di immigrazione verso l’Italia. Entrambi sono paesi democratici e a maggioranza islamica. L’aumento del flusso di immigrati, sia legali che illegali, provenienti da queste nazioni, pone non solo sfide culturali, ma anche questioni di integrazione per l’Italia. Questo emerge chiaramente dalla mancanza di integrazione a Monfalcone (FVG), dove una numerosa comunità di origine bengalese mostra tendenze fortemente islamiche e ortodosse.

Tuttavia, esistono anche problemi sociali di portata significativa, come il caso di Saman, una giovane di origini pakistane uccisa dai suoi parenti perché non voleva sposarsi secondo i desideri del padre. Le donne e le ragazze di seconda generazione sono particolarmente a rischio.

I problemi sociali e culturali rappresentano indubbiamente una parte significativa delle sfide legate all’immigrazione, ma il problema della sicurezza è certamente il più immediato e preoccupante. Non abbiamo informazioni precise sul grado di radicalizzazione di molti dei giovani che giungono in Italia dal Pakistan e dal Bangladesh. Anche nei casi in cui l’ingresso avviene in modo legittimo, come attraverso flussi d’ingresso o il ricongiungimento familiare, la questione della radicalizzazione sfugge al nostro controllo. È importante notare che il Bangladesh e il Pakistan sono paesi in cui la corruzione è diffusa, il che rende relativamente facile ottenere documenti di nascita e parentela “manipolati”.

L’Italia ha affrontato problemi legati agli immigrati pakistani in passato, con casi di connessioni con il terrorismo. Nel 2022, 14 cittadini pakistani sono stati arrestati a Genova con l’accusa di essere coinvolti in un’associazione con finalità di terrorismo internazionale. Inoltre, ci sono stati episodi di clandestini pakistani che, presumibilmente sotto la direzione dei servizi segreti iraniani, hanno tentato di attaccare turisti israeliani in Grecia quest’estate; tali individui sono stati arrestati.

Con la possibilità del ritorno al potere di partiti islamisti in Bangladesh nelle elezioni del 2024, cresce il rischio di atti terroristici da parte di giovani radicalizzati provenienti dal Bangladesh o da rifugiati Rohingya, addestrati e manipolati per colpire l’Occidente.

Ora, con l’arresto di un cittadino del Bangladesh, sta emergendo un fenomeno di terrorismo islamico in Italia che l’India, un paese di confine con il Pakistan e il Bangladesh, sta affrontando da decenni. A differenza dell’India, l’Italia non dispone né della preparazione linguistica né culturale per affrontare questa problematica. Mentre l’Italia possiede competenze culturali e contatti diretti con l’Islam nel Sahel, nel Nord Africa e nel Medio Oriente arabo, ha avuto ben pochi contatti con l’Islam asiatico.

Al 31 ottobre 2023, secondo i dati del Ministero dell’Interno, sono sbarcati in Italia 144.039 migranti dall’inizio dell’anno. La nazionalità di 45.782 di loro (pari al 32%) risulta sconosciuta o è ancora in fase di identificazione. I cittadini pakistani costituiscono una quota del 5% con 6.480 persone, mentre quelli provenienti dal Bangladesh sono il 6% con 8.335 individui. Negli anni precedenti, più del 98% degli arrivi da questi paesi erano giovani uomini. In contrasto, nello stesso periodo, i rifugiati che scappavano il conflitto, provenienti dalla Siria, un paese in guerra, erano composti per il 62,5% da uomini e per il 37,5% da donne. Che chiaramente evidenzia una marcata differenza nel paradigma dell’immigrazione affrontata da Italia.

Con la nuova ondata di terrorismo e conflitti in Medio Oriente e il costante aumento dell’immigrazione in Italia, diventa essenziale potenziare la preparazione delle forze dell’ordine e della sicurezza per monitorare la radicalizzazione sia dei nuovi immigrati che dei membri della seconda e terza generazione. È altrettanto importante migliorare la preparazione culturale e linguistica, sviluppare capacità in Italia e attuare un monitoraggio più dettagliato delle persone che entrano in Italia da questi paesi e altrettanto importante stringere accordi di collaborazione con paesi che affrontano situazioni simili e possono contribuire a migliorare la situazione.

Vas Shenoy
 | Website

Vas Shenoy è un studioso di rapporti Europa-India. Durante gli ultimi 22 anni della sua carriera ha lavorato per la gestione di aziende e progetti nei campi della tecnologia informatica, dell’energia rinnovabile e della cooperazione e sviluppo in più di oltre trenta paesi in Europa, Medio Oriente, Africa e Asia collaborando con governi, la Banca Mondiale e enti ONU. Vas è il Presidente dell'Associazione Sākshi e della Glocal Cities ONLUS.