Filippine d’asporto: la politica linguistica dell’arcipelago

L’arcipelago delle Filippine comprende 7 107 isole che si estendono da nord a sud su un territorio di circa 1700 km. A causa della sua configurazione e posizione geografica, situata ai confini dell’Oceania, l’arcipelago filippino è rimasto marcato da un’importante differenziazione culturale e linguistica. Questa diversità è stata rinforzata dalle migrazioni cinesi a nord e malesi a sud avvenute tra il II e il XV secolo.

Le filippine, contrariamente agli altri paesi dell’Asia del Sud sono state pesantemente influenzate dalle civilità cinesi, indiane e musulmane: dal regno malese di Srivijaya (VII-XIV secolo) al sultanato di Malacca e Brunei (XV-XVI), l’estrema diversità linguistica dell’arcipelago è sempre stata presente. Neppure i colonizzatori spagnoli (1565-1898), e poi americani (1898-1946), sono riusciti ad unificare questo territorio dal punto di vista linguistico.

Per determinare i grandi gruppi linguistici dell’arcipelago, il territorio viene suddiviso principalmente in tre aree: la regione attorno l’isola di Luzon (dove si trova la capitale), la regione centrale Visaya e, a sud, l’isola di Mindalao e l’arcipelago di Sulu. Le lingue si suddividono in tre gruppi: le lingue del nord, le lingue mesofilippine e le lingue del sud. Il paesaggio linguistico delle filippine è caratterizzato da un plurilinguismo, che si colloca al centro tra la lingua materna che si parla a casa e la lingua regionale o lingua franca utile alla comunicazione all’interno della comunità. La lingua nazionale, il filippino, e l’inglese sono insegnate a scuola.

La lingua nazionale e il sistema educativo

Negli anni ’30, le élite filippine iniziarono ad occuparsi della questione tra lingua e nazione e scelsero come lingua nazionale il tagalog, la lingua del gruppo etnico maggioritario a Manila e nella regione. Quantitativamente, il dialetto più parlato nell’arcipelago era il bisaya, la lingua della regione di Visaya e Mindanao. La scelta del tagalog al posto del bisaya ha portato numerosi dibattiti etnolinguistici, che saranno parzialmente neutralizzati nel 1959 con il battesimo della lingua nazionale tagalog in philipino e poi filippino (1973).

L’attuale Costituzione del 1987 sancisce il filippino come lingua nazionale e l’inglese come seconda lingua ufficiale. Nel sistema educativo nazionale, la lingua inglese era al centro del BEP (Bilingual Education Program). L’inglese era il mezzo per la scienza e la matematica, mentre il filippino veniva utilizzato in tutte le altre discipline. Una valutazione del BEP effettuata negli anni 1988 aveva dimostrato che questo sistema, oltre a favorire la popolazione la cui lingua madre era il tagalog, creando così una grande disparità, contribuì anche ad abbassare il livello di inglese. Il BEP, in questo modo, ha incentivato ben poco la crescita del sentimento nazionalista ed ha incoraggiato i filippini ad andare all’estero per guadagnare.

Nel 2009 il BEP è stato abbandonato a favore del sistema di istruzione multilingue basato sulla lingua madre che ha portato al riconoscimento ufficiale delle diciannove lingue come lingue di insegnamento, accettando così il multilinguismo dell’arcipelago. Tuttavia, l’inglese continua a rafforzare le disuguaglianze sociali e bloccare l’unificazione linguistica dell’arcipelago poichè la varietà di inglese che consente la mobilitazione sociale viene appresa solamente dalle élite filippine.

Le lingue di contatto: il chavacano e il taglish

La lingua chavacano, in spagnolo “volgare, comune”, è una lingua che risale all’epoca coloniale, nata dal contatto tra lo spagnolo parlato dai soldati messicani e da quello dei filippini indigeni di Luzon e dei Visayas. Questa lingua è formata da un lessico spagnolo e da strutture grammaticali delle lingue locali filippine. Unico esempio di creolo basato sul lessico spagnolo, perciò esso rappresenta un caso davvero interessante sia nelle Filippine che nel resto dell’Asia. Uno dei tre dialetti di chavacano, lo Zamboangueno, è oggi la lingua madre della maggioranza della popolazione all’interno e intorno alla città di Zamboanga e nella vicina isola provincia di Basilan.

Il “taglish”, invece, è un amalgama lessicale tra il tagalog e l’inglese che, a partire dagli anni ’60, divenne la lingua franca delle città filippine. Da un lato, la sua diffusione è stata incoraggiata dalla politica educativa bilingue del 1974, e dall’altro anche la radio e la televisione hanno contribuito alla sua sistematizzazione. L’uso del taglish negli spot pubblicitari rappresenta il fallimento dell’unificazione linguistica nelle Filippine poiché le aziende preferiscono parole più brevi e pratiche in inglese per esprimere concetti che in filippino potrebbero essere considerati imbarazzanti.

L’inglese e la lingua di esportazione della mano d’opera

La politica economica di Ferdinand Marcos degli anni ’70 chiamata “New Society” invece di guidare il popolo dell’arcipelago sulla via del progresso e dello sviluppo ha avuto, al contrario, risultati catastrofici nel paese in termini economici e sociali. A partire da Da Marcos, il governo filippino ha pensato di trasformare il paese in uno stato esportatore di manodopera per risolvere la disoccupazione e la bilancia dei pagamenti. Per questo motivo i presidenti dell’arcipelago incoraggiano e sponsorizzano i filippini a viaggiare all’estero per lavorare (Overseas Filipino Workers o OFW). Secondo i dati del 2015, ogni giorno circa 3.500 filippini lasciano il loro paese per 200 mete diverse del mondo. In effetti, l’inglese è ancora una volta al centro di questo settore di esportazione, soppiantando la lingua nazionale e quindi eliminando ogni sforzo volto all’unificazione dell’arcipelago attraverso la lingua comune, il filipino.

Le filippine hanno sempre ospitato una significativa pluralità linguistica. Inoltre la cultura e la storia di questo territorio ha solo rafforzato queste differenziazioni, invece di mirare all”unificazione linguistica. Nel periodo postcoloniale, nonostante gli sforzi dell’élite per raggiungere l’unificazione linguistica dell’arcipelago attraverso l’istituzione di una lingua nazionale, il filippino, le policy scelte dallo stato hanno continuato a rafforzare l’importanza della lingua inglese, al centro del programma di esportazione dei lavoratori filippini. Queste azioni mostrano chiaramente le priorità del governo dell’arcipelago: formare lavoratori filippini in grado di parlare inglese, eliminando così ogni possibile traccia di una coscienza nazionale filippina.

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Laureata Magistrale all’Università di Napoli L’Orientale, ho conseguito la laurea triennale all’Università di Venezia con la tesi “Ascetismo: i rituali della rinuncia”. I miei studi si sono concentrati soprattutto sullo studio della lingua Hindi e Urdu con un particolare interesse verso le religioni e le culture di questi due paesi. L’esperienza di studio presso l’Istituto Nazionale di Lingue e Civiltà Orientali di Parigi (INALCO) mi ha permesso di intraprendere lo studio della lingua telugu che mi ha portato ad avvicinarmi all’India del sud e, in particolare, alla sua evoluzione linguistica, letteraria e politica.