Il voto Musulmano nell’India contemporanea

Jama Masjid Delhi
Jama Masjid, Delhi

Nell’elezione del parlamento della più grande democrazia liberale al mondo, il voto della comunità musulmana (il 14% del paese ma, in termini assoluti, una popolazione equivalente a quella del vicino Pakistan) è particolarmente ricercato e ambito.

Storicamente è stato fra i fattori che hanno permesso all’Indian National Congress – il principale architetto dell’indipendenza dell’India – di governare in condizioni quasi da regime a partito unico fino agli anni ’90, ma l’ascesa del Bharatiya Janata Party (BJP) ha eliminato questo monopolio politico e creato per la comunità musulmana nuove condizioni in cui districarsi.

Già scarsamente rappresentata in parlamento ai tempi del Congresso e sempre più immiserita, senza contare poi della sua mancanza di coesione interna (divisa com’è  lungo le stesse linee di classe sociale e casta delle altre comunità religiose nel paese), la comunità musulmana ha dovuto affrontare anche una sempre maggior polarizzazione comunale della società. I musulmani sono spesso accusati di essere seduttori di ragazze indù, ‘ladri’ di riserve, jihadisti, quinte colonne Pakistane, gente che conduce guerre demografiche e, magari, stranieri e oppressori – senza menzionare episodi locali opportunamente strumentalizzati come quello che portò al pogrom in Gujarat del 2002 (sotto gli occhi di Narendra Modi, incombente primo ministro e allora capo ministro dello stato). In elezioni tanto locali quanto nazionali ogni accusa era e sembra essere tutt’oggi buona per raccattare qualche voto in più e il BJP è stato accusato più e più volte di incitare cinicamente tali tensioni. A queste accuse il partito ha risposto negando ogni valenza comunitarista nelle affermazioni dei suoi candidati.

Mussulmani che votano nelle elezione 2024
Mussulmani che votano nelle elezione 2024

In questo scenario partiti come il Congress (che non ha perso tempo a riaffermare le sue credenziali laiche, beccandosi dal centro-destra la reputazione di partito coccola-musulmani e nomignoli come Khangress) e i comunisti a livello nazionale passando per apparati locali come il Samajwadi Party in Uttar Pradesh o l’All-India Trinamool Congress in Bengala Occidentale si sono eretti a paladini del pluralismo, mantenendo il loro monopolio sul voto musulmano e, in particolar modo, sulle masse di bassa casta o intoccabili che rappresentano un abbondante 80% del quom.

Welfare, dirigismo e secolarismo, tuttavia, non hanno migliorato la situazione socioeconomica dei musulmani in India che, infatti, è stata contraddistinta da uno stato di degrado (forse incrementale) per decenni. Scarsa scolarizzazione, analfabetismo, povertà, accattonaggio, disoccupazione, presenza in lavori in gran parte umili, la comunità musulmana in India è sproporzionatamente svantaggiata rispetto alle altre comunità, anche rispetto agli intoccabili indù e (neo)buddhisti, come se i decenni di crescita dell’enorme classe media Indiana li abbiano a mala pena affetti.

Lo sapranno i musulmani, e lo sa il BJP che, nonostante il comunalismo che contraddistingue i discorsi dei suoi candidati in campagna elettorale, ha l’apprezzabile chutzpah di cercare anche il loro voto, proponendosi come alternativa al tradizionale voto di centro-sinistra e soluzione ai loro problemi. Conscio delle divisioni interne alla comunità musulmana (forse decisamente più conscio del centro-sinistra), il BJP ha per anni cercato di spaghettificare il voto Musulmano e attrarlo su basi non religiose ma denominazionali, di classe e di casta, sacrificando anche sezioni di esso dove necessario. Non si chiedono voti ad ashraf (caste alte) o deobandi (conservatori semi-salafiti), allora, ma a pasmanda (caste basse e intoccabili), sufi, barelvi (movimento comunque sufi all’interno del sunnismo sudasiatico e storicamente roccaforte della Lega Musulmana prima della nascita del Pakistan) e sciiti, questi ultimi tradizionalmente alleati del partito prima dell’era Covid. 

I risultati sono stati quelli che sono, non più di un decimo della comunità musulmana ha votato il BJP di recente, e paradossalmente le percentuali di ashraf che l’hanno votato sono state maggiori rispetto a quelle di pasmanda, ma il partito continua a provarci, investendo considerevoli risorse in questa impresa ed esprimendo un ammirabile ottimismo, puntando al 16-17% del voto musulmano nelle attuali elezioni. Ponendosi come il vero partito secolare opposto al falso secolarismo del centro-sinistra, il BJP si è rivolto agli elettori musulmani appellandosi non alla difesa della comunità religiosa (che, ufficialmente, dà per scontata nonostante le provocazioni dei suoi candidati) o a trattamenti che esso vede come speciali, ma a promesse d’investimenti localizzati che beneficerebbero anche la comunità musulmana, dove presente. 

E, nonostante la maggioranza della comunità musulmana continui ad essere un blocco affidabile per il centro-sinistra, una minoranza crescente (seppur, forse, non al ritmo desiderato dal BJP) ‘abbocca’, magari considerando non sufficienti i dibattiti emersi attorno al ripristino dell’autonomia speciale del Kashmir, sul CAA-NRC e su questioni prettamente settarie come il tempio di Ayodhya.

In questo meandro di partiti ufficialmente secolari non mancano nemmeno i partiti specialmente pensati per attrarre il voto musulmano e dalla leadership musulmana, dal tradizionale partito di governo del Jammu & Kashmir pre-2019 la Jammu & Kashmir National Conference (che ora vede nel Jammu & Kashmir Apni Party alleato col BJP il suo primo rivale sin dal contestatissimo accesso all’unione nel ’47) ad una schiera di partiti musulmani concentrati perlopiù nel sud del paese, incluso il discendente della Lega Musulmana l’Indian Union Muslim League parte dell’alleanza anti-comunista in Kerala capeggiata dal Congresso e l’All-India Majlis-e-Ittehadul Muslimeen (AIMIM) che ha la sua roccaforte a Hyderabad nel Telangana e il cui leader ha avuto il coraggio di non schierarsi né con l’alleanza capeggiata dal BJP né con quella del Congresso. 

Questi partiti, tuttavia, sono storicamente minori, capaci di contestare solo un numero limitato di seggi in pochi stati e, pertanto e nonostante i loro tentativi di espandere i propri orizzonti elettorali, difficilmente rappresenteranno null’altro che una seconda scelta rispetto ai tradizionali partiti più o meno laici.

Valerio Di Tore
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