Il governo Modi concede la cittadinanza ai minoranze dell’Afghanistan, Bangladesh e Pakistan

Il 25 marzo 2020, degli uomini armati fanno irruzione nel Sri Guru Har Rai Sahib Gurdwara, un tempio sikh nella città di Kabul, in Afghanistan. Venticinque le vittime, fra cui una bambina di tre anni, prima che le forze del governo afgano intervengano per neutralizzare gli aggressori. Venticinque morti in una comunità religiosa che contava allora circa 700 membri. Oggi, un anno dopo quest’attentato, i sikh rimasti in Afghanistan sono meno di un centinaio. Ciò che oggi rimane della comunità che contava 250 mila membri negli anni ottanta è fuggita verso l’India, dove aspettano di poter andare in America o in Canada. Con il ritiro delle forze USA e NATO e l’imminente ritorno dei Talebani al potere in Afghanistan, anche altre minoranze etniche e religiose si stanno preparando alla fuga.

Altri, invece, sperano di ottenere la cittadinanza indiana, un processo che potrebbe essere facilitato con l’approvazione del criticato Citizenship Amendment Act (CAA) dal parlamento indiano alla fine del 2019. Sotto i termini del CAA, rifugiati hindu, sikh, parsi, buddhisti e cristiani provenienti del Pakistan, Bangladesh e Afghanistan potrebbero ottenere la cittadinanza indiana in 6 anni invece di 12, come prevedrebbe la normale prassi e dove la cittadinanza viene concessa per naturalizzazione.

Fonte: Dawn

L’agenzia ANI ha intervistato Amreek Singh, un rifugiato sikh venuto da Kabul a Ludhiana nel 2013, e che presto sarà cittadino indiano. La gioia di Amreek Singh purtroppo non è condivisa dai rifugiati entrati in India negli ultimi anni. Secondo il CAA, solo gli individui che hanno fatto ingresso in India prima del 31 dicembre 2014 possono fare domanda per ottenere la cittadinanza indiana usando la procedura abbreviata. Una data che non renderebbe eleggibili i rifugiati dell’ultimo anno.

Questi rifugiati, che si trovano per lo più a New Delhi, hanno una vita difficile in India. Nonostante l’aiuto dei volontari, e della comunità sikh locale, la doppia pena dello sradicamento e del COVID-19 rendono difficile l’integrazione nell’economia locale. Se il tempio offre cibo nel suo langar e accomodazioni per la notte, tocca ai rifugiati trovare lavoro nella città, spesso dovendo accettare mansioni più umili di quando si era prima commercianti, proprietari della propria impresa.

Se per tanti la speranza è quella di espatriare in America o in Canada, altri si preparano a passare una vita in India. Alcuni ancora contemplano di tornare in Afghanistan, se la situazione dovesse migliorare. La loro è una scelta difficile, motivata dal totale abbandono delle minoranze in Afghanistan da parte della comunità internazionale. Questa non che l’ultima di una serie di fughe, iniziata già nel 1992 quando la guerra civile in Afghanistan ha spinto migliaia di Sikh a fuggire da un paese dove far parte della minoranza significa rischiare la morte, come conferma purtroppo la bomba esplosa a maggio 2021 davanti a una scuola hazara.

Per la legge sulla cittadinanza del 2009, il governo indiano ha annunciato che da fine maggio 2021 i rifugiati appartenti alle comunità sikh, cristiana, hindu, parsa, jaina e buddhista perseguitati e provenienti dall’Afghanistan, Bangladesh e Pakistan e residenti in 13 distretti indiani del Gujarat, Rajasthan, Chhattisgarh, Haryana e Punjab, potranno far domanda per ottenere la cittadinanza indiana. Il governo ha chiarito che la domanda passerà sotto la legge di naturalizzazione e non sotto il CAA del 2020, nel caso in cui i rifugiati abbiano completato 12 anni di regolare residenza. In un’ottica di confronto, in Italia un extracomunitario deve essere residente nel paese da almeno 10 anni per poter iniziare il procedimento di acquisizione della cittadinanza italiana.

Io sono stato interessato all’India da quando sono piccolo, e se prima guardavo più al cibo che alla filosofia, con il crescere e il maturare mi sono avvicinato allo studio delle lingue e delle culture dell’India. Dopo una formazione generale in Francia, mi sono formato in parte nello studio delle lingue indo-europee, del persiano e dell’ebraico all’INALCO e all’EPHE di Parigi, due istituti universitari francesi. Ora sono studente all’Orientale di Napoli, dove studio il sanscrito. In parallelo, porto avanti una ricerca sulla formazione dello induismo moderno a Parigi.