India e Israele insieme sulla lista nera dell’Iran

L’arresto di quattro studenti appartenenti ad una cellula sciita affiliata all’Iran, probabilmente le forze Quds o Jaish ul-Hind, per l’attentato avvenuto il gennaio scorso ai danni dell’ambasciatore israeliano in India, Ron Malka, ha risollevato l’attenzione su possibili attacchi non solo a consolati e ambasciate israeliane all’estero, ma anche a chiunque si schieri in supporto allo stato ebraico.

Come dichiarato dalla nota lasciata dai terroristi sulla scena dell’esplosione, l’attentato è stato organizzato per vendicare l’uccisione di Abu Mahdi al-Muhandis e del comandante delle forze Quds, Qassem Soleimani, entrambi uccisi da un drone americano nel gennaio 2020, e l’uccisione da parte di Israele dell’architetto del progetto nucleare iraniano, Mohsen Fakhrizadeh. Con questo attentato lo stato sciita ha voluto lanciare un chiaro messaggio non solo a Israele e Stati Uniti, ma anche all’India stessa. 

Infatti, colpire l’ambasciatore israeliano a Nuova Delhi sembra non essere stata una scelta casuale. Il 29 gennaio 2021, data dell’attentato, ricorreva l’anniversario per i 29 anni dall’inizio di relazioni diplomatiche ufficiali tra Israele e India. L’esplosione del gennaio 2021 non è il primo attentato ai danni di Israele in India. Nel febbraio 2012, una bomba piantata nella macchina di un diplomatico israeliano a Nuova Delhi esplose facendo dei feriti.

Perché l’India?

In primo luogo, l’India e altri paesi del sud-est asiatico sono spesso scelti per attentati perché si pensa sia più facile scampare alle indagini della polizia; in secondo luogo, in India, l’Iran può facilmente ottenere il supporto di locali cellule sciite; il terzo fondamentale motivo è il costante avvicinamento diplomatico, economico, e politico tra India, Israele e USA.

Un primo approccio in termini di sicurezza tra Israele e India si vide nel 2008 quando dei militanti dell’organizzazione terroristica pakistana Lashkar-e-Taiba (LeT) portarono a termine un attacco coordinato contro diversi edifici in Mumbai tra cui il centro religioso ebraico ultra-ortodosso, Chabad House, uccidendo circa 166 persone tra cui 6 ebrei. In quell’occasione, il governo israeliano aveva offerto aiuto alle squadre di polizia intervenute nell’attacco e, i due paesi hanno unitamente condannato qualsiasi atto terroristico schierandosi in prima linea nella lotta al terrorismo.

Successivamente, con l’ascesa di Narendra Modi nel 2014 e del suo partito, BJP, la cooperazione tra i due paesi si è estesa a diversi campi compresi agricoltura, salute, scienza, tecnologia e, ovviamente, sicurezza. Per quanto riguarda l’agricoltura i due governi hanno stipulato un accordo di “Strategic partnership in Water and Agriculture” che si propone di sviluppare il settore agricolo e di sanificazione dell’acqua tramite tecnologie israeliane. La cooperazione non si basa esclusivamente sulla collaborazione statale dei due paesi, ma, anche su joint venture di compagnie private israeliane e indiane.  Alla base della cooperazione sta uno sforzo di digitalizzazione dell’India a cui Israele “presta” le sue avanzate tecnologie.

Oltre a queste collaborazioni, la maggiore componente di questa prospera alleanza è un’intesa nel campo della lotta al terrorismo e della difesa, in particolare, il commercio di armi. Con il lancio dell’iniziativa “Make in India”, lo stato di Modi punta ad un graduale incremento di produzione di armi in India veicolando le compagnie straniere a collaborare con industrie locali. Tuttavia, questo progetto sembra non influire sul primato di Israele e USA, che negli ultimi quindici anni, sono diventati i maggiori fornitori di armi dell’India. Infatti, grazie al cosiddetto Trasferimento Tecnologico (ToT) e la produzione autorizzata di armi, Israele e USA possono ancora beneficiare del trasferimento di specifiche tecnologie militari all’India nel campo della produzione di missili, sistemi di difesa aerea, e UAV.

Nuovi equilibri geopolitici

La crescente cooperazione tra India, USA, e Israele, dunque, indicherebbe che i due alleati storici, Iran e India, starebbero prendendo due strade diverse. Da un lato, l’India si starebbe avvicinando sempre più a Israele e USA sia per interessi economici dati dall’innovazione tecnologica che i due paesi porterebbero al sub-continente indiano, sia per interessi strategici in chiave anti-cinese. Infatti, le continue tensioni al confine con la Cina e Pakistan spingono l’India a cercare in USA e Israele alleati diplomatici e politici oltre che ad assicurarsi i più avanzati si sistemi di protezione e sorveglianza sviluppati dallo stato ebraico per monitorare specifiche situazioni ai confini territoriali. In aggiunta, i delicati rapporti economici tra Iran e India, che investe largamente nell’industria dell’estrazione dell’Iran sono stati messi a dura prova da incomprensioni tra i due governi e dalla crescente presenza della Cina nei porti iraniani.

Il Primo Ministro indiano Narendra Modi e il Presidente iraniano Hassan Rouhani
Fonte: AFP

Dal suo canto, infatti, l’Iran sta sviluppando rapporti sempre più stretti con il gigante cinese firmando un patto di cooperazione “politica, strategica ed economica” della durata di 25 anni, secondo cui la Cina investirebbe circa 400 miliardi in energia e infrastrutture iraniane, ricevendo in cambio approvvigionamento di gas e petrolio a prezzi competitivi. Nonostante la Cina abbia scelto Teheran come porta d’ingresso in Medio Oriente e l’economia cinese sia una valida alternativa alle sanzioni vigenti nel mercato americano ed europeo, l’Iran sembra non voler rompere i rapporti con l’India. Infatti, lo stato sciita oltre a vedere nell’alleanza India-Israele-USA una crescente minaccia, ha bisogno del supporto indiano alla luce del ritiro delle truppe USA dall’Afghanistan e della necessità di ridefinire gli equilibri nella regione.

Lasciando spazio ai Talebani, sia India che Iran partono svantaggiati. Da un lato i Talebani rinforzeranno le relazioni con il Pakistan a discapito del paese di Modi; dall’altro, Teheran rischia che i Talebani rientrino nella sfera di influenza sunnita dell’Arabia Saudita. A questo delicato scenario si deve inoltre sommare la presenza della Russia, che vede nell’Afghanistan un modo per controllare le dinamiche dell’Asia Centrale, e della nuova arrivata Cina.

In conclusione, l’attentato all’ambasciatore israeliano a Nuova Delhi non sembrerebbe casuale, ma un tentativo dell’Iran di minare i nuovi rapporti indiani con la nuova amministrazione americana e Israele. Così facendo Teheran spera di portare Modi a ripensare alle sue scelte strategiche e non abbandonare la storica alleanza con l’Iran alla luce delle nuove dinamiche regionali.

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Mi chiamo Giulia Dal Bello e sono laureata in Lingue, Società e Letterature dell'Asia e dell'Africa mediterranea all'Università Ca'Foscari di Venezia. Ho conseguito un Master in Studi Palestinesi all'Università SOAS di Londra. Mi sono dedicata in particolare allo studio dell'Orientalismo in India e al ruolo delle Organizzazioni Internazionali e dell'UNRWA nell'ambito delle relazioni israelo-palestinese.