La teoria del Rasa, il sentimento estetico

Per parlare del concetto di Rasa bisogna innanzitutto far riferimento all’antico testo della letteratura sanscrita sulla musica e sulle arti drammatiche, il Nātyaśāstra, composto tra il 100 e il 200 d.C. In quest’opera troviamo, oltre a nozioni generali sulle performances, tra cui la spiegazione della costruzione dello spazio scenico, anche dei capitoli dedicati a specifiche categorie di strumenti e agli effetti che saṅgīta, la commistione di musica, danza, canto e recitazione, può suscitare nell’ascoltatore-spettatore.

La parola Rasa viene dal sanscrito e significa letteralmente “succo”, ma in questo contesto viene sovente tradotta come “sentimento estetico”. I rasa denotano la consapevolezza emotiva che sorge nello spettatore empatico, sahṛdaya. In realtà, il termine sahṛdaya (lett. “dotato di cuore”) è più ampio di quanto immaginiamo. Affinché lo spettatore possa realmente godere di quella che, vedremo, si configura come una sospensione dalle afflizioni del mondo fenomenico, è necessario che egli sia non soltanto empatico, bensì anche conoscitore delle tematiche e degli stili che gli verranno presentati.

Il rasa trascende le limitazioni spazio-temporali. Questo sentimento ha il potere di conferire una momentanea sensazione di beatitudine (ānanda), che è propria del mokśa, ovvero di quello stato di liberazione che deriva dal trascendimento dei limiti dell’esistenza individuale.

Secondo il Nātyaśāstra il rasa è prodotto da una combinazione di vibhava (determinanti) e anubhava (conseguenti), intervallati da vyabhicāribhāva / saṃcāribhāva (stati transitori).
Per intenderci, potremmo definire i determinanti come le sollecitazioni che arrivano ai sensi dello spettatore, gli stati transitori come quelle temporanee emozioni che lo spettatore prova, e i conseguenti come i risultati delle precedenti sollecitazioni. Il rasa si configura come il risultato di questi elementi.

Navarasa
Fonte: pinterest

I principali rasa sono 9 (navarasa):

Erotico – śṛṅgāra
Comico – hāsya
Patetico –karuṇā
Furioso – raudra
Eroico – vīra
Terribile – bhāyanaka
Odioso – bībhatsa
Meraviglioso – adbhuta
Pacifico – śanta

Particolari ambientazioni, scene narrative, danze o espressioni facciali possono sollecitare questo o quel determinato sentimento. Se tra i determinanti (vibhava) troviamo una scenografia basata su luoghi confortevoli e intimi, personaggi innamorati che si muovono sulla scena di un paesaggio primaverile, è molto probabile che i conseguenti (anubhava) siano sorrisi dolci, occhi lucidi, particolari movimenti degli occhi e delle labbra. Tutto ciò rientra, dunque, nel sentimento erotico (śṛṅgāra).

Se tra le sollecitazioni troviamo scene di insolenza, di oltraggi e dispute è molto probabile che la conseguenza di queste sia  sbuffare dal naso, o serrare le labbra in segno di dissenso, il risultato di tutto ciò è, per esempio, un sentimento furioso (raudra), particolarmente irato, generato dalla rabbia (krodha).
Il nono rasa, e cioè il sentimento pacifico/equanime, non è altro che il risultato del trascendimento dalla realtà, la conseguenza naturale del distacco dalle tribolazioni della mente (cintā).

Solitamente ogni raga è dominato da uno di questi rasa, ma il musicista può decidere di inserirne anche altri secondari. L’intento è uno, e rimane quello di portare lo spettatore su un’altra dimensione del sentire, gli strumenti affinché questo accada sono tanti.

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Mi chiamo Davide Cava e sono uno studente di Hindī e Sanscrito presso l’Università “L’Orientale” di Napoli. Sono appassionato di letteratura, musica e meditazione, suono l’harmonium e mi diletto nel canto. La mia tesi di laurea triennale si concentra su Jayshankar Prasad, figura illustre della letteratura Hindī di inizio ‘900.